Chiudiamo le scuole

DidasKnol - IperAnto - Food for Minds

Giovanni Papini, 1 giugno 1914.



Un Giovanni Papini del 1914, estremo, particolarmente caustico e provocatore.
Un testo, più che mai attuale, che esprime con decenni di anticipo un malessere oggi dilagante.
Una soluzione estrema ad un problema reso cronicamente  insolubile.
Una proposta radicale che tutt'oggi potrebbe far discutere se qualcuno avesse il coraggio di esprimere un simile dissenso.

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Per favore, dopo avere letto questo pamphlet scrivete il vostro commento nell'appostito spazio disponibile in fondo al testo.



MILLELIRE STAMPA ALTERNATIVA
Direzione editoriale ed esecutiva: Marcello Baraghini


GIOVANNI PAPINI
CHIUDIAMO LE SCUOLE


tratto da
Giovanni Papini
Chiudiamo le scuole
Vallecchi  Editore, Firenze, 1919




Ma cosa hanno mai fatto i ragazzi, gli adolescenti, i giovanetti e i giovanotti che dai sei fino ai dieci, ai quindici, ai venti, ai ventiquattro anni chiudete tante ore del giorno nelle vostre bianche galere per far patire il loro corpo e magagnare il loro cervello? Gli altri potrete chiamarli – con morali e codici in mano – delinquenti ma quest’altri sono, anche per voi, puri e innocenti come usciron dall’utero delle vostre spose e figliuole. Con quali traditori pretesti vi permettete di scemare il loro piacere e la loro libertà nell’età più bella della vita e di compromettere per sempre la freschezza e la sanità della loro intelligenza?

Non venite fuori colla grossa artiglieria della retorica progressista: le ragioni della civiltà, la educazione dello spirito, l’avanzamento del sapere…

Noi sappiamo con assoluta certezza che la civiltà non è venuta fuor dalle scuole e che le scuole intristiscono gli animi invece di sollevarli e che le scoperte decisive della scienza non son nate dall’insegnamento pubblico ma dalla ricerca solitaria disinteressata e magari pazzesca di uomini che spesso non erano stati a scuola o non v’insegnavano.

Sappiamo ugualmente e con la stessa certezza che la scuola, essendo per sua necessità formale e tradizionalista, ha contribuito spessissimo a pietrificare il sapere e a ritardare con testardi ostruzionismi le più urgenti rivoluzioni e riforme intellettuali.

Soltanto per caso e per semplice coincidenza – raccoglie tanta di quella gente! – la scuola può essere il laboratorio di nuove verità.

Essa non è, per sua natura, una creazione, un’opera spirituale ma un semplice organismo e strumento pratico. Non inventa le conoscenze ma si vanta di trasmetterle. E non adempie bene neppure a quest’ultimo ufficio – perché le trasmette male o trasmettendole impedisce il più delle volte, disseccando e storcendo i cervelli ricevitori, il formarsi di altre conoscenze nuove e migliori.

Le scuole, dunque, non son altro che reclusori per minorenni istituiti per soddisfare a bisogni pratici e prettamente borghesi.

Quali?

Per i genitori, nei primi anni, sono il mezzo più decente per levarsi di casa i figliuoli che danno noia. Più tardi entra in ballo il pensiero dominante della “posizione” e della “carriera”.

Per i maestri c’è soprattutto la ragione di guadagnarsi pane, carne e vestiti con una professione ritenuta “nobile” e che offre, in più, tre mesi di vacanza l’anno e qualche piccola beneficiata di vanità. Aggiungete a questo la sadica voluttà di potere annoiare, intimorire e tormentare impunemente, in capo alla vita, qualche migliaio di bambini o di giovani.

Lo Stato mantiene le scuole perché i padri di famiglia le vogliono e perché lui stesso, avendo bisogno tutti gli anni di qualche battaglione di impiegati, preferisce tirarseli su a modo suo e sceglierli sulla fede di certificati da lui concessi senza noie supplementari di vagliature più faticose.

Aggiungete che sulle scuole ci mangiano ispettori, presidi, bidelli, preparatori, assistenti, editori, librai, cartolai e avrete la trama completa degli interessi tessuti attorno alle comunali e regie e pareggiate case di pena.

Nessuno – fuorché a discorsi – pensa al miglioramento della nazione, allo sviluppo del pensiero e tanto meno a quello cui si dovrebbe pensar di più: al bene dei figliuoli.

Le scuole ci sono, fanno comodo, menano a qualche guadagno: ficchiamoci maschi e femmine e non ci pensiamo più.

L’uomo, nelle tre mezze dozzine d’anni decisive nella sua vita (dai sei ai dodici, dai dodici ai diciotto, dai diciotto ai ventiquattro), ha bisogno, per vivere, di libertà.

Libertà per rafforzare il suo corpo e conservarsi la salute, libertà all’aria aperta: nelle scuole si rovina gli occhi, i polmoni, i nervi (quanti miopi, anemici e nevrastenici posson maledire giustamente le scuole e chi l’ha inventate!).

Libertà per svolgere la sua personalità nella vita aperta dalle diecimila possibilità, invece che in quella artificiale e ristretta delle classi e dei collegi.

Libertà per imparare veramente qualcosa perché non s’impara nulla d’importante dalle lezioni ma soltanto dai grandi libri e dal contatto personale colla realtà. Nella quale ognuno s’inserisce a modo suo e sceglie quel che gli è più adatto invece di sottostare a quella manipolazione disseccatrice e uniforme ch’è l’insegnamento.

Nelle scuole, invece, abbiamo la reclusione quotidiana in stanze polverose piene di fiati – l’immobilità fisica più antinaturale – l’immobilità dello spirito obbligato a ripetere invece che a cercare – lo sforzo disastroso per imparare con metodi imbecilli moltissime cose inutili – e l’annegamento sistematico di ogni personalità, originalità e iniziativa nel mar nero degli uniformi programmi. Fino a sei anni l’uomo è prigioniero di genitori, di bambinaie o d’istitutrici; dai sei ai ventiquattro è sottoposto a genitori e professori; dai ventiquattro è schiavo dell’ufficio, del caposezione, del pubblico e della moglie; tra i quaranta e i cinquanta vien meccanizzato e ossificato dalle abitudini (terribili più d’ogni padrone) e servo, schiavo, prigioniero, forzato e burattino rimane fino alla morte.

Lasciateci almeno la fanciullezza e la gioventù per godere un po’ d’igienica anarchia!

L’unica scusa (non mai bastante) di tale lunghissimo incarceramento scolastico sarebbe la sua riconosciuta utilità per i futuri uomini. Ma su questo punto c’è abbastanza concordia fra gli spiriti più illuminati. La scuola fa molto più male che bene ai cervelli in formazione.

Insegna moltissime cose inutili, che poi bisogna disimparare per impararne molte altre da sé.

Insegna moltissime cose false o discutibili e ci vuol poi una bella fatica a liberarsene – e non tutti ci arrivano.

Abitua gli uomini a ritenere che tutta la sapienza del mondo consista nei libri stampati.

Non insegna quasi mai ciò che un uomo dovrà fare effettivamente nella vita, per la quale occorre poi un faticoso e lungo noviziato autodidattico.

Insegna (pretende d’insegnare) quel che nessuno potrà mai insegnare: la pittura nelle accademie; il gusto nelle scuole di lettere; il pensiero nelle facoltà di filosofia; la pedagogia nei corsi normali; la musica nei conservatori.

Insegna male perché insegna a tutti le stesse cose nello stesso modo e nella stessa quantità non tenendo conto delle infinite diversità d’ingegno, di razza, di provenienza sociale, di età, di bisogni ecc.

Non si può insegnare a più d’uno. Non s’impara qualcosa dagli altri che nelle conversazioni a due, dove colui che insegna si adatta alla natura dell’altro, rispiega, esemplifica, domanda, discute e non detta il suo verbo dall’alto.

Quasi tutti gli uomini che hanno fatto qualcosa di nuovo nel mondo o non sono mai andati a scuola o ne sono scappati presto o sono stati “cattivi” scolari.

(I mediocri che arrivano nella vita a fare onorata e regolare carriera e magari a raggiungere una certa fama sono stati spesso i “primi” della classe.)

La scuola non insegna precisamente quello di cui si ha più bisogno: appena passati gli esami e ottenuti i diplomi bisogna rivomitare tutto quel che s’è ingozzato in quei forzati banchetti e ricominciare da capo.

Vorrei che i nostri dottori della legge, per i quali la scuola è il tempio delle nuove generazioni e i manuali approvati sono i sacri testamenti della religion pedantesca, leggessero almeno una volta il saggio di Hazlitt sull’Ignoranza delle persone istruite, che comincia così: «La razza di gente che ha meno idee è formata da quelli che non son altro che autori o lettori. È meglio non saper né leggere né scrivere che saper leggere e scrivere, e non esser capaci d’altro». E più giù: «Chiunque è passato per tutti i gradi regolari d’una educazione classica e non è diventato stupido, può vantarsi d’averla scappata bella».

Credo che pochissimi potrebbero – se sapessero giudicarsi da sé – vantarsi di una tal resistenza. E basta guardarsi un momento attorno e vedere quale sia la media intelligenza de’ nostri impiegati, dirigenti, maestri, professionisti e governanti per convincersi che Hazlitt ha centomila ragioni. Se c’è ancora un po’ d’intelligenza nel mondo bisogna cercarla fra gli autodidatti o fra gli analfabeti.

La scuola è così essenzialmente antigeniale che non ristupidisce solamente gli scolari ma anche i maestri. Ripeti e ripeti anni dopo anni le medesime cose, diventano assai più imbecilli e immalleabili di quel che fossero al principio – e non è dir poco.

Poveri aguzzini acidi, annoiati, anchilosati, vuotati, seccati, angariati, scoraggiati che muovon le loro membra ufficiali e governative soltanto quando si tratta di aver qualche lira di più tutti i mesi!

Si parla dell’educazione morale delle scuole. Gli unici risultati della convivenza tra maestri e scolari son questi: servilità apparente e ipocrisia dei secondi verso i primi e corruzione reciproca tra compagni e compagni.

L’unico testo di sincerità nelle scuole è la parete delle latrine.

Bisogna chiuder le scuole – tutte le scuole. Dalla prima all’ultima. Asili e giardini d’infanzia; collegi e convitti; scuole primarie e secondarie; ginnasi e licei; scuole tecniche e istituti tecnici; università e accademie; scuole di commercio e scuole di guerra; istituti superiori e scuole d’applicazione; politecnici e magisteri. Dappertutto dove un uomo pretende d’insegnare ad altri uomini bisogna chiuder bottega. Non bisogna dar retta ai genitori in imbarazzo né ai professori disoccupati né ai librai in fallimento. Tutto s’accomoderà e si quieterà col tempo. Si troverà il modo di sapere (e di saper meglio e in meno tempo) senza bisogno di sacrificare i più begli anni della vita sulle panche delle semiprigioni governative.

Ci saranno più uomini intelligenti e più uomini geniali; la vita e la scienza andranno innanzi anche meglio; ognuno se la caverà da sé e la civiltà non rallenterà neppure un secondo. Ci sarà più libertà, più salute e più gioia.

L’anima umana innanzi tutto. È la cosa più preziosa che ognuno di noi possegga. La vogliamo salvare almeno quando sta mettendo le ali. Daremo pensioni vitalizie a tutti i maestri, istitutori, prefetti, presidi, professori, liberi docenti e bidelli purché lascino andare i giovani fuor dalle loro fabbriche privilegiate di cretini di stato. Ne abbiamo abbastanza dopo tanti secoli.

Chi è contro la libertà e la gioventù lavora per l’imbecillità e per la morte.

1 giugno 1914

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Giovanni Papini nacque a Firenze il 9 gennaio 1881. Giovanissimo iniziò l’attività letteraria collaborando e dando vita a numerosi periodici che per circa quarant’anni caratterizzarono le tendenze culturali del Paese: il Regno di Corradini, la Critica di Benedetto Croce e il Leonardo di Papini e Prezzolini il cui fine era combattere contro «l’abietto positivismo dei falsi scienziati» e restituire così «valore all’irrazionalità e alla fantasia». In quel periodo Papini scrisse Il Tragico quotidiano, Il crepuscolo dei filosofi e Il poeta cieco. Nel 1908, conclusa l’esperienza del Leonardo, Papini iniziò la collaborazione alla Voce.

L’anima si chiamerà la rivista che nel 1911 fonderà insieme a Giovanni Amendola. La sua produzione letteraria in questo periodo è ricchissima e comprende tra l’altro Un uomo finito, Memorie di Dio, L’altra metà, Buffonate, Cento pagine di poesia e Stroncature. Staccatosi da La Voce nel 1913 fondò con Ardengo Soffici Lacerba che divenne l’organo del futurismo italiano. Da queste pagine Papini saluta come una vittoria l’intervento dell’Italia in guerra dalla quale sperava scaturisse quel rinnovamento di vita da tempo inseguito.

Le cagionevoli condizioni di salute non gli permisero di andare al fronte e fu durante la guerra che si rivelò abile giornalista trasferendosi a Roma per entrare nella redazione del Tempo. La nostalgia di Firenze e della quiete della casa agreste di Bulciano lo spinsero ad abbandonare la carriera giornalistica. A Bulciano scrisse il libro che ebbe un clamoroso successo in tutto il mondo, la Storia di Cristo, che testimonia la sua conversione al cattolicesimo. Nel 1929, dopo il Concordato, Papini aderì al fascismo, in nome di quell’ideale di dignità nazionale che aveva sempre perseguito.

Le Lettere di Celestino VI, la Vita di Michelangelo nella vita del suo tempo e Il Diavolo riportarono alla ribalta Papini che sembrava ormai tramontato ed escluso dalla vita letteraria a causa dei suoi trascorsi fascisti.

Nel 1956 scrisse La felicità dell’infelice. Ormai completamente paralizzato, cieco, sordo e muto, Papini mantenne fino all’ultimo «indenne l’intelligenza, intatta la memoria, viva la fantasia», forzando «la barriera dei sensi murati» per esprimere la sua invincibile resistenza spirituale di uomo, non intristito o spaventato dalla sua condizione, ma «felice nell’infelicità».

Morì a Firenze l’8 luglio 1956. Postumi vennero pubblicati Il giudizio universale, La seconda nascita e Diario.

Commenti

La scuola cambia partendo da noi

Purtroppo sembrerebbe non ci sia scampo per la realtà della scuola: tante cose scritte dal Papini nel 1914 sembrano andate peggiorando (scuola come posteggio per bambini ed adolescenti, scuola come risoluzione di problemi occupazione ecc...).

Al di là della provocazione finale del testo, non possiamo certo ingnorare alcuni problemi che si stanno incancrenendo generando delle mostruosità.

Penso però, sia utile anche evidenziare le belle realtà che sono incamminate in strade ben differenti, dove allo studente viene data la possibilità di sperimentarsi... di fare esperienza, di non essere visti solo come dei contenitori da riempiere o debole da difendere.
I "prodotti" di queste realtà sono adulti che al di là delle cose che hanno imparato, sanno operare delle scelte, riescono a leggere le situazioni dove sono inseriti.
E dimostrano che è possibile una scuola diversa che sappia portare a successo gli alti obiettivi dell'istituzione.
A noi tutti, ciascuno per la sua parte, il dovere di contribuire a renderla diversa.
Non penso sia facile anzi... ma non possiamo soltanto aspettare interventi dai piani superiori che risolvano tutte le inefficenze: è necesessario mettere in gioco una parte di noi stessi.

28/ago/2009 02.20
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Seguendo l'istinto educativo

parlando di comunicazione, scritta, orale o digitale.sembra che la cosa più difficile sia comnicare!. le varie legislazioni scolastiche che ho visto, studiato si basano sempre su tre pilastri inalienabili: "Educare", "Istruire", "Formare". Secondo il mio modesto parere "comunicare" in mondo così globalizzato è ancor più oggi una tecnica fondamentale per raggiungere determinati obiettivi educativi. Si ma come comunicare? La comunicazione digitale, internet ha esaperato e messo al centro dell'attenzione del mondo scolastico orizzonti che prima non esistevano. Se un professore non riesce a gestire adeguatamente le tecniche di comunicazione si rischia la chiusura, appunto della scuola!
Apprendere, tfrasferire materiali contenuti, in un mondo virtuale in classi digitale è veramente il vero nuovo orizzonte culturale!
é bello ! ma le difficoltà, secondo me, sono parecchie e certe volte insuperabili. Linformation comunication si! posso montarfe un elettrodomestico appena compreto stando comodamente seduto a casa a un pc! aprrendo??? è significativo per me !Questo è il futoro una scuola senza classi?? ..Non so forse chiuderemo definitivamente anche i nostri cuori!
Mario Bellomo

Ultima modifica 30/lug/2009 03.06
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Solo uno spunto per la riflessione

Quanto scritto da Papini è una critica spietata alla scuola (chissà quale tipo di scuola avrà frequentato).
Penso che l'idea della chiusura non possa che essere una provocazione, infatti le argomentazioni sulla sua utilità e su come è cambiata la società dopo che l'istruzione è diventata obbligatoria che vanno bel oltre questa provocazione.
Tornando ad oggi, che dire, sicuramente la scuola andrebbe rivista anche se noi insegnanti dovremmo ricordarci che, a prescindere dal ministero, tutte le mattine siamo noi ad entrare in classe avendo la possibilità di dare al nostro intervento didattico l'impronta che riteniamo più efficace.
Per citare alcune cose da cambiare metterei al primo posto la necessità che programmi e metodologie siano più flessibili ed al passo con i tempi.



Ultima modifica 20/lug/2009 02.09
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oggi come allora

ancora una prova che se un uomo ibernato nell'800 si risvegliasse con il disgelo di una delle recenti estati torride e si trovasse a girare in una delle città di oggi resterebbe allibito da tante novità: elettricità, mezzi di trasporto, aerei nel cielo, gente che comunica alla velocità della luce, da lontano e senza piccioni viaggiatori, cibi che cuociono senza fuoco. Si rifugerebbe allora in una scuola, entrando troverebbe il bidello, che conosce bene, e ancor più tranquillizzato siederebbe su una piccola sedia davanti ad un piccolo banco a rimirare una lavagna di ardesia su cui i gessi polverosi hanno scritto le stesse cose che ricorda lui. Ah, finalmente un sano ambiente mummificato!

Allora perché mai tanti di noi ricordano gli anni di scuola come fra i più belli? Perché eravamo giovani? Per la nostalgia di ciò che non tornerà più? O perché comunque non abbiamo alternative?

Lì c'erano e ci sono ancor oggi preziose possibilità di costruire profondi rapporti umani fra grandi e piccoli, se solo il "piccolo" percepisce che il "grande" è lì per lui, per essergli utile, per condividere l'amore per una fettina di cultura ...

Come dice il Prof. Toschi " Mi rivolgo agli insegnanti che amano il loro lavoro, che stanno a scuola per quei ragazzi e ragazze, ignoranti, egoisti, autistici, già macchine per comprare e vendere, ma che danno il senso a quello che forse è il lavoro più bello del mondo: quelle ragazze e quei ragazzi per la stragrande maggioranza dei quali la scuola rappresenta l’unica possibilità di prendersi cura di sé per un breve periodo della loro vita.”

Ultima modifica 14/lug/2009 07.14
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Apriamo le scuole

Credo che l'appello, oggi, possa essere letto come un'apertura delle scuole al territorio, agli strumenti di lavoro, alle conoscenze infinite che ci circondano.
Come può un docente, oggi, insegnare pensando di copiare quanto spiegato nel Novecento (tenendo sotto mano i primi quaderni), come se nulla cambiasse, non accorgendosi che TV (o LIM come dicono i miei alunni), game didattici (PC per imparare...) sono ormai strumenti di tutti i giorni, percui se io (docente) mi trovo di fronte a un telecomando di un TV con non conosco ho bisogno di qualche secondo per capire, mentre i miei alunni ci sanno dialogare subito, senza problemi...
Chiudere i docenti, non le scuole, chiudeli in una stanza con gli strumenti quotidiani e inusuali per costringerli a "muoversi", a mettersi in gioco...
Anselmina

Ultima modifica 14/lug/2009 02.33
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Evadere

Tutti i nostri alunni sicuramente si sentono dei prigionieri e probabilmente ci siamo sentiti tali anche noi in età scolastica. Ritengo però che si rimanga imprigionati di un "sapere" soltanto se la nostra curiosità di apprendere si conclude con l'uscita dal "carcere". Evadere significa, comunque, continuare a studiare quello che più ci piace e nei tempi e nei modi che riteniamo più idonei alla nostra persona.
Ma ritorniamo al nostro Papini; prendo spunto da due suoi periodi:

"Insegna male perché insegna a tutti le stesse cose nello stesso modo e nella stessa quantità non tenendo conto delle infinite diversità d’ingegno, di razza, di provenienza sociale, di età, di bisogni ecc.

Non si può insegnare a più d’uno. Non s’impara qualcosa dagli altri che nelle conversazioni a due, dove colui che insegna si adatta alla natura dell’altro, rispiega, esemplifica, domanda, discute e non detta il suo verbo dall’alto."

Quello che più mi fa pensare è il prendere atto che i problemi della scuola sono sempre gli stessi, ormai li conoscono anche i sassi, senza aver letto Papini, ma nonostante tutto abbiamo classi sempre più numerose, percorsi individualizzati impossibili, handicap ingestibili, caldo in estate, freddo in inverno, finestre che non si aprono... forse ha ragione Papini meglio chiuderle prima che crollino da sole sperando che nel caso si dovesse decidere di riaprirle si faccia in modo più serio.

Ultima modifica 05/lug/2009 07.54
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Chi è contro la libertà e la gioventù lavora per l’imbecillità e per la morte.

L'ultima frase del testo è quella che riassume tutto. Quel ""Chi è contro la libertà e la gioventù lavora per l’imbecillità e per la morte."" dimostra che non sempre le persone colte e istruite sono anche intelligenti.

Chiudiamo le scuole ! Perché ??

Il Silverio Carugo avrebbe mai avuto la possibilità si scrivere queste baggianate se non fosse andato a scuola. Io credo di no. Probabilmente non avrebbe raggiunto neppure i 30 anni di vita, lavorando a costruire mattoni o a trasportare carbone. Sempre se avesse avuto la fortuna di ottenere uno di questi lavori. Chi cura le malattie senza le università. Chi inventa il transistor, senza il quale non sarebbero nati i computer con il quale si possono scrivere "baggianate" distribuendole globalmente in tempo reale.

CHI E' CONTRO LA SCUOLA LAVORA PER L'IMBECILLITA' E LA MORTE. Questo dovrebbe essere il giudizio finale.

Che poi la scuola non sappia svolgere completamente il suo dovere questo è colpa in parte della burocrazia e del sistema, ma in maggior parte è colpa proprio della classe insegnante, a cui rimane poco tempo per insegnare, perché più interessata alla carriera, alle ore straordinarie, ai benefit, ai buoni pasti, al parcheggio fuori o dentro il recinto scolastico, etc. e con la mente piena di questi ELEVATI problemi non riesce a coltivare le giovani menti.

A scuola non ho mai imparato una poesia, non ho mai capito come si usava la tabellina delle moltiplicazioni, non perché sono stupido, ma per il modo "ignorante" in cui veniva spiegata, e per la "violenza" imposta nel dover apprendere a memoria testi di cui non comprendevo il significato.

Su questo occorre discutere. Non sul chiudere le scuole, ma sul come aprire le menti agli insegnanti.



Ultima modifica 05/lug/2009 04.08
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Sì, ma...

Che dire: sta tirata è perfettamente in linea col personaggio. Che oltretutto dice molte cose vere: Oggi. E ai suoi tempi doveva essere anche peggio: nozionismo che non serviva a nessuno, riproposizione delle disparità sociali, ecc. Ma la scuola media era ancora lontana. E tra l'altro molti, oggi, dicono che sia fallita.
Ma questo di Papini è un discorso estremista, e come tutti i discorsi del genere non va preso come oro colato.
Perché:
- Era maestro, e questo mestiere lo ha fatto campare per qualche anno
- E' stato in gran parte autodidatta, e non si può pensare che tutti abbiano questa possibilità
- E' una posizione molto idealista, che non tiene presente della realtà dei fatti.
Per carità, è vero che la scuola è nozionistica, t'insegna ciò che non ti servirà mai. Ma non è detto che non si possa insegnare in altro modo.
E poi non tutto ciò che s'insegna dev'essere immediatamente spendibile (come è ovvio che non tutto dev'essere semplice teoria: est modus in rebus).

Ultima modifica 01/lug/2009 14.27
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Non sempre d'accordo

Reduce da due settimane di lavoro come membro di commissione negli esami di stato della scuola Secondaria di Primo grado, la lettura di questo testo mi ha fatto riflettere sulla necessità, sperimentata in prima persona, di una scuola che continuamente si deve aggiornare e deve essere fonte di stimoli per i ragazzi. Una scuola che si deve aprire al territorio e che è disposta a mettersi in gioco.

Ultima modifica 29/giu/2009 05.16
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Silverio Carugo
Silverio Carugo
Rettore / DIDASCA - The First Italian Cyber Schools for Lifelong Learning
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